L’Operazione Finale

È giunto il momento atteso dagli spettatori in platea, c'è chi si sveglia e chi freme di andar via: l'atto finale è in scena.
Gli attori entrano in scena a suon di applausi, a suon di bombe e di spari; i più piccoli guardano confusi la scena, non capiscono come l'attore possa simulare così bene la morte o come quella lacrima scorra così dolcemente sulla guancia sporca.
D'un tratto, l'atto termina e non resta nient'altro che cenere, i fiori per gli attori si dissolvono nel vuoto.
Questa notte il cielo è stato illuminato da meteore che hanno lacerato il terreno palestinese e che hanno piegato, ancora una volta, i civili al volere di chi gioca a scacchi sulle loro vite come nel racconto di Coleridge.
Ma all'ultima pagina non c'è la meraviglia di chi apre gli occhi sul mondo, bensì il terrore di rendersi conto di quanto l'umanità si sia persa, di come possa perdersi per la brama di potere.
Questa notte, Gaza City è stata invasa dalle truppe israeliane ed è stata svuotata dell'ultima goccia della propria identità: ormai è solo una trincea, non ha più un popolo.
In meno di venti minuti 37 raid israeliani hanno distrutto ciò che restava e hanno circondato il territorio, hanno vinto ancora.
La "terra promessa" tanto bramata dagli inizi dei tempi, da secoli così lontani che l'immaginazione non basta a definire un paesaggio, è stata finalmente conquistata da chi ormai non la merita più, da chi ormai conosce solo il sangue.
Dopo 77 lunghi anni, escludendo i sette secoli di storia precedenti, Israele riesce a porre i suoi tentacoli anche su ciò che resta di Gaza.
Dopo 77 lunghi anni, il movimento sionista -da Sion, monte del nucleo fondante di Gerusalemme- portavoce della sicurezza di un popolo martorizzato dagli occidentali, può cantare vittoria ed essere felice di aver piegato un popolo che ha vissuto gli stessi soprusi degli ebrei.
Nessuna delle rivolte insorte dagli arabi palestinesi, riuniti nella suddetta Lega Araba (formata da Siria, Iraq, Libano, Giordania ed Egitto) ha potuto far sì che la loro voce venisse ascoltata dai potenti e che anche per loro ci potesse essere un sospiro di sollievo: la morte li ha perseguitati fino a raggiungerli tutti.
Col passare degli anni, dei decenni, il mostro israeliano si è alimentato sempre di più riuscendo ad ottenere tutta la Palestina, tranne la Striscia di Gaza, il pezzo mancante di un puzzle scheggiato e fragile.
Al tempo, in seguito al fallimento dell'attacco della Lega ad Israele, la Striscia di Gaza era controllata ufficialmente dall'Egitto: un luogo definito come una "prigione".
I prigionieri arabi sono intrappolati da una barriera che li circonda, da cui è possibile uscire attraverso tre valichi: Eretz, Kerem Shalom e Rafah (dove non possono entrare le merci).
Tuttavia, i primi due aprono sul confine israeliano; ancora una volta, nonostante gli attacchi dell'ONU, Israele riesce a mettere le mani sul territorio arabo fino a controllare il sistema fiscale, lo spazio aereo e le acque territoriali: in sintesi, i ministri israeliani riescono a colonizzare la Striscia di Gaza.
Arriviamo al 1987, l'anno della prima Intifada: essa è stata la prima rivolta delle masse popolari contro il controllo israeliano che verrà sedata con lo sterminio degli arabi rivoltosi.
Tredici anni dopo, lo scrittore di questa storia darà lo stesso finale anche alla seconda Intifada, togliendo ancora la speranza ad un popolo di poter essere libero.
Ma la libertà non accetta l'arresa: nel 2007 vince le elezioni il movimento islamista radicale Hamas, che per Stati Uniti, Unione Europea, Canada e Giappone è un'organizzazione terroristica.
Sotto il controllo di Hamas, il regime di Israele ed Egitto su Gaza divenne rigidissimo e ciò che non viene prodotto dalla Striscia viene controllato dai due paesi.
La svolta del conflitto avviene il 7 ottobre 2023: Hamas attacca Israele e il ministro Netanyahu dopo ben 50 anni dichiara ufficialmente guerra a Gaza.
Ciò che è avvenuto dopo deriva dunque da una legittima difesa?
Israele non si è difesa, ha semplicemente colto l'occasione per riuscire nei scopi; il ministro Netanyahu stesso, attualmente condannato per crimini di guerra, non ha mai insistito dell'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite (l'articolo che sancisce proprio la difesa in caso di attacco da uno Stato esterno, e non su uno su cui si vige la propria autorità) bensì gioca sullo ius in bellum (diritto nella guerra): quest'ultimo si distingue dallo ius ad bellum (diritto alla guerra, più volte richiamato dagli stati arabi) in quanto esso viene applicato
quando un conflitto è già in corso e quindi lo Stato attaccato ne è già coinvolto.
Da quel momento in poi inizia la diaspora del popolo palestinese.
Da quel momento in poi inizia la "questione genocidio" del popolo palestinese, riconosciuta dall'ONU solo da poco dopo più di due anni di continue violenze, carestia e uccisioni.
Una guerra può essere definita genocidio solo se una delle due parti dichiara pubblicamente di voler "fare piazza pulita" di un'etnia: la questione è stata portata soprattutto sui social media da attivisti (scesi anche in piazza nella capitali europee ad esempio) che si sono schierati dalla parte di coloro che stanno patendo la fame, dalla parte di bambini che hanno perso i loro genitori e da madri che sono costrette a dover cercare sotto le macerie i loro figli.
"Free Palestine" è il motto di tutti coloro che credono ancora nell' umanità, è l'inno alla libertà di coloro che credono ancora alla vita.
Centinaia di migliaia di bambini sono cresciuti in una terra dove non c'è mai stata pace, non hanno conosciuto nient'altro che guerra e dolore.
E ora si alzano sconfitti dalla poltrona di questo teatro bellico, aspettano che l'atto finale finisca per lasciare questo mondo di cui hanno conosciuto solo l'infelicità.
A costoro non è e non sarà mai concessa la libertà fintantoché si sarà dalla parte degli usurpatori; anche su questo i social media, definita l'arma della Gen Z, hanno fatto leva denunciando i brands (ma anche attori, giornalisti, politici) che sostengono Israele.
In queste ultime settimane c'è stata anche la partenza della Global Sumud Flotilla, la nave civile che tenterà di portare aiuti umanitari (alimenti e medicine) ai palestinesi; il nome non è stato scelto casualmente in quanto Sumud significa "fermezza" in lingua araba.
Questa lotta è la dimostrazione della resilienza di un popolo che non smette di sperare che un giorno alzando lo sguardo ci siano solo le stelle, e non più una pioggia di raid a suonare un nuovo canto funebre.
Siamo giunti all'atto finale, questo è vero, ma non può e non deve finire così.
Bisogna lottare ancora non solo per la libertà della Palestina, ma anche per l'umanità stessa.
Per tutti i bambini mutilati.
Per tutte le famiglie sfasciate.
Per tutte le voci zittite.
Per tutti i secoli di violenza.
Per tutti i soldati morti per la difesa di un popolo.
Per tutti coloro che non sono rimasti a guardare e che hanno fatto un passo avanti.
Per la libertà.