Il Red Carpet di Venezia

18.09.2025
Nel contesto di un red carpet sempre più politicizzato, dove ogni dettaglio, dagli abiti alle assenze, può trasformarsi in un messaggio, la moda si ritrova inevitabilmente coinvolta nel racconto del presente. Non è più solo questione di stile: è questione di posizione. E in questa narrazione, Giorgio Armani occupa un posto particolare. La recente scomparsa dello stilista ha riportato alla luce il valore profondo del suo lavoro.

Armani non ha mai cercato il clamore, ma ha sempre creduto nella forza della sobrietà. Le sue creazioni, indossate da decine di celebrità sui tappeti rossi di tutto il mondo, comunicavano eleganza e misura anche nei momenti più caotici. Oggi, quel linguaggio discreto sembra quasi un'alternativa etica al rumore costante della spettacolarizzazione.
Mentre il mondo osserva orrori veri – guerre, genocidi, esodi – il contrasto con l'immagine levigata del red carpet è inevitabile. E proprio in quel contrasto nasce una domanda: può la moda continuare a esistere come se nulla accadesse? O deve farsi carico, almeno in parte, di ciò che accade fuori dai riflettori?
Alcuni brand e celebrity rispondono con simboli, gesti, scelte cromatiche o dichiarazioni pubbliche. Altri evitano del tutto l'argomento, rifugiandosi nella neutralità apparente dello spettacolo. Ma anche il non schierarsi è, oggi, una forma di scelta. In questo senso, la moda si ritrova sullo stesso confine sottile che separa chi guarda e chi agisce. Così come accade nei grandi scenari geopolitici, anche sul red carpet si stabiliscono alleanze, si prendono distanze, si costruiscono narrazioni.E sebbene un abito non possa fermare una guerra, può comunque contribuire a definire da che parte si sceglie di stare. Ed é per questo che la manifestazione avvenuta il 30 agosto, organizzata da un comitato che riunisce oltre duecento associazioni sottoscritto da centinaia di operatori e artisti del mondo del cinema, ha una rivelazione politica e morale potente, nella quale si ha espresso in modo chiaro e pubblico il volere comune di mostrare inaccettabile l'uso sistematico della fame e della sete come strumento di guerra contro la popolazione civile palestinese che ha creato una situazione di carestia estrema, confermata pochi giorni fa anche dall'Onu. Il corteo è partito da piazzale Santa Maria Elisabetta muovendosi, pacificamente, verso i luoghi centrali della Mostra. La mobilitazione ha voluto essere una presa di posizione forte affinché la Mostra del Cinema di Venezia non sia un evento isolato dalla realtà, ma sia spazio di denuncia del genocidio che Israele sta compiendo.
Ma la lotta non si è fermata al 30 agosto, sia attori che registi dentro e fuori Hollywood prendono posizione per la Palestina. Sono più di 1.300 i professionisti del cinema di diversi Paesi che hanno sottoscritto un impegno comune, rivelato in esclusiva dal Guardian, di non lavorare più con istituzioni israeliane coinvolte nel genocidio e nell'apartheid contro il popolo palestinese. Un gesto storico e culturale importante il quale contribuì alla fine dell'apartheid in Sudafrica, con Jonathan Demme, Martin Scorsese e altri importanti registi riuniti nella Filmmakers United Against Apartheid creata nel 1987, che a quei tempi si rifiutarono di proiettare i propri film nel Paese.

Perché questo silenzio? Come artisti e operatori culturali, non possiamo rimanere in silenzio mentre a Gaza si consuma un genocidio. L'estrema destra, il fascismo, il colonialismo, l'omofobia e l'antisemitismo stanno combattendo sul campo di battaglia delle idee, attaccando l'editoria, il cinema e le università. Per questo abbiamo il dovere di combattere.

A cura di: Gioia Picascia e Luisa Izzo 

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