Gli accordi di “Pace”

Una "pace duratura, una pace in cui palestinesi e israeliani potranno prosperare, vedendo garantiti i propri diritti umani, la propria sicurezza e la propria dignità" è quanto si legge nella dichiarazione che i leader di Stati Uniti, Egitto, Qatar e Turchia hanno firmato nella notte tra l'8 e il 9 ottobre durante la cerimonia a Sharm el-Sheikh, in Egitto, per il cessate-il-fuoco a Gaza.
Si tratta in realtà del terzo cessate-il-fuoco dal 7 ottobre 2023 ma, forse, del primo vero presupposto per una pace duratura dopo 2 anni di genocidio.
2 anni di azioni militari contro Hamas, di atrocità, di bombardamenti su zone abitate, ospedali, centri di raccolta, di omicidi di giornalisti e medici, di messa sotto assedio delle città affamando la popolazione, giustificando tutto con il tentativo di recuperare gli ostaggi israeliani del 7 ottobre. Un massacro che ha causato tra i 60mila e i 100mila morti arabi, e circa 2mila morti israeliani, tra soldati e civili.
In molti hanno anche fatto notare che recuperare gli ostaggi non sembrasse mai il vero obiettivo del governo: tante volte l'esecutivo ha deciso di far saltare accordi riguardo lo scambio di prigionieri, tanto da far protestare le stesse famiglie degli ostaggi.
Ma alla fine si è raggiunto un accordo. Un piano di 20 punti, mediato dall'amministrazione Trump, che prevede un progressivo ritiro delle truppe israeliane da Gaza, in cambio della restituzione degli ostaggi da parte di Hamas. Entro lunedì scorso, infatti,Hamas ha liberato tutti gli ostaggi e le truppe israeliane hanno abbandonato parte dei territori, mantenendo comunque un controllo su circa il 60% di questi.
L'assedio sembra essere giunto al termine e gli aiuti umanitari sembrano star arrivando a destinazione. Da Israele ci si aspetta anche un ripristino delle infrastrutture, come acqua ed elettricità, e un lasciapassare per i soldati di Hamas che vorranno abbandonare Gaza.
Dopo la restituzione degli ostaggi da parte di Hamas, anche il governo israeliano dovrà restituire circa 1.700 persone palestinesi già condannate all'ergastolo.
Non dimentichiamoci quanto Trump stia investendo in questo accordo di pace, e quindi quanto sia strana la mancanza di spiegazioni e dettagli fondamentali nei 20 punti dichiarati dalla Casa Bianca. Mancano informazioni come il futuro di Hamas, l'assetto politico di Gaza dopo le ostilità, e la definizione di "equilibrio sostenibile" tra la popolazione palestinese, quella israeliana e il resto del Medio Oriente.
Primo punto: Gaza dovrebbe restare indipendente, Israele nell'accordo accetta di non occuparla, cosa che i membri dell'esecutivo di Netanyahu raccontavano da tempo di voler fare. Quindi chi governa la Striscia adesso?
Un comitato tecnico e apolitico, incaricato di sbrigare le faccende più urgenti in vista di future elezioni, accompagnato da un "Consiglio di Pace", presieduto da Trump stesso e alcuni suoi fidati collaboratori. Per "fidati collaboratori" intendiamo persone come Tony Blair, che 20 anni fa ebbe un ruolo chiave per l'invasione dell'Iraq e, adesso, si muove con la sua compagnia di consulenza e strategia che gestisce affari in Arabia Saudita, e Jared Kushner, genero e finanziere di Trump, che gestisce anch'egli società e investimenti in tutto il Medio Oriente. Potrebbe forse nascondersi qualche conflitto di interessi sotto questo tanto atteso accordo di pace?
Cosa ne sarà in futuro di Hamas? Uno dei punti è il disarmo completo delle milizie di Hamas, supervisionato da osservatori indipendenti e accompagnato da una "Forza Internazionale di Stabilizzazione", ossia una forza armata coordinata dagli americani. Ma come smilitarizzare un gruppo, partito, un'ideologia così radicata, che agli occhi di molti gazawi è stata l'unica speranza di poter combattere un genocidio?
Servono anni. Anni di sviluppo economico, politico, sociale; anni di nuove prospettive per questa gente, e nell'accordo non è specificato in che tempi e in che modi tale disarmo dovrebbe avvenire.
Israele, d'altro canto, non ha accettato l'accordo dall'oggi al domani per un improvviso senso di umanità, dopo forti pressioni internazionali, sia da parte dell'America, sia dagli altri paesi del Medio Oriente.
Questo accordo manca, oltre che di precisione, di autodeterminazione palestinese, di garanzie per i diritti, di sanzioni verso Israele per i crimini di guerra commessi, e impone, anzi, una resa senza precedenti.
Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza l'enorme aiuto degli Stati Uniti, giusto?
Effettivamente no, non si sarebbe raggiunta questa pace, ma forse, questo genocidio non si sarebbe protratto così a lungo.
"Gli Stati Uniti hanno il più grande e più potente esercito nella storia del mondo. Posso dirvi che abbiamo armi che nessuno ha mai sognato, speriamo solo che non dovremo mai usarle […]. Bibi (Netanyahu) mi ha chiamato così spesso: "Puoi darmi quest'arma, quell'altra e un'altra…" Di alcune di loro non ho mai sentito parlare Bibi! Ma le abbiamo davvero? E sono le migliori, le migliori. Ma le avete usate bene. Ci vogliono anche persone che sanno come usarle, e ovviamente voi le avete usate molto bene. Israele è diventato così forte e potente, che alla fine ha portato alla pace. Questo è quello che ha portato alla pace." è quanto dichiara fieramente il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, tra le risate e gli applausi dei ministri israeliani.
Ma forse per il presidente sparare sulla folla di bambini che cercano di procurarsi del cibo significa "usare bene le armi", forse bombardare zone abitate e ospedali significa "portare alla pace", oppure forse ci sono solo cose più importanti a cui pensare, come la sala ballo in costruzione alla Casa Bianca.
E allora, e solo allora, potremmo forse decontestualizzare Primo Levi, ponendolo in una realtà che altrettanto gli si addice, che non porta più il kippah, ma l'hijab: "Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo."
A cura di: Serena di Girolamo.