Figlia d’ ‘a tempesta

Vedete quei palloncini bianchi che volano lassù, sempre più vicini al cielo?
Sentite gli applausi strazianti accompagnati dal suono forte delle campane?
Il bel calore di una bara baciata dal sole, toccata dai palmi sporchi di Inferno, riscalda il corpo immobile di quella fanciulla che corse nel vuoto all'udire della morte; le urla, gli sguardi, i fiori bianchi e una carezza sul legno non porteranno indietro la fanciulla risucchiata dalla tempesta del passionale Priapo.
Ma costui Dio predilige la fecondazione, la sessualità da cui frutta la vita, non colpisce l'uomo per portare la morte, la fine di un desiderio ridotto alla cenere.
Tuttavia, in quella scatola minuta ed infinita giace, ancora una volta, il corpo di una donna che ha voluto sottrarsi a questo desiderio forsennato di possedere qualcosa che non si potrà mai avere.
Il verbo "possedere" è usato appositamente, ma è assai improbabile che qualche lettore abbia notato questa scelta sconsiderata: è un paradosso eguagliare l'amore al possesso, ma è una propensione dei figli di Hela associare questi due opposti come se fosse un fattore essenziale di un rapporto.
E il bacio spinoso di questi missionari della morte ti divora anche se ti sottrai, se lotti con le unghie e con i denti perchè sai che vuoi l'affetto di un missionario della vita, di un servitore di Amore.
Ancora una volta dobbiamo sperare che la passione di questi esseri si spenga per non spegnere gli altri, o meglio, le altre.
Ancora una volta si è arrivati allo stremo: ogni dì ci si sveglia col Sole donato da un'altra anima che sperava di sorridere al pizzicore di quei raggi sulle guance arrossate, e che si è trovata travolta dal tumulto delle fiamme del nulla.
Quell'anima apparteneva al corpo di una giovane che amava o che non voleva amare chiunque perché si amava troppo (perdonate il gioco di parole): perché dobbiamo lottare per far sì che ciò non accada più?
Perché c'è sempre bisogno di una vita sacrificata per scatenare l'Inferno?
È finita l'epoca delle associazioni "in nome di…", non c'è più il bisogno di ricordare tacendo: il Sole sorgerà anche senza il sangue su cui puntare i riflettori, le tenebre regrederanno all'infinito anche senza l'eco dell'ultimo accenno alla vita.
I giornali si sfameranno senza l'analisi psicologica di un assassino, di un "bravo ragazzo che amava la danza" e che adesso volteggia a piedi nudi sulla scia del sangue della ragazza che ha ammazzato per averlo rifiutato!
La frustrazione di un giovane riversata su una coetanea che voleva solo essere felice; Mary Shelley scrisse proprio delle conseguenze alla solitudine, alla non accettazione di sé e delle azioni altrui: si è mostri quando non si accetta, quando non ci si basa sul proprio essere.
Non si è così tanto padroni di sé che si vuol possedere la vita altrui, e la testa è oscurata dall'abisso dell'ossessione; inizia la persecuzione della persona tanto desiderata, una bramosia scaturita dall'insoddisfazione interna e dalla continua ricerca di soddisfazione esterna: l'assassino ha la necessità di trovare una causa alle proprie pene e la ritrova, come per magia, nell'oggetto che non si può avere e che, a quanto pare, causa ancora più dolore.
La causa è quella "femmena 'e niente" che lo rifiuta!
La volontà del sesso femminile non è per niente comparabile alla fame del sesso maschile, la forza della razza umana!
Ora si chiede l'attenzione delle lettrici: abbiamo perso.
Abbiamo fallito quando è giunta la notizia della morte della ventiduenne Sara Campanella, assassinata dallo stalker Stefano Argentino, la quale l'aveva rifiutato numerose volte; "mi amo troppo per stare con chiunque" ed ora non potrà più amare.
Abbiamo fallito quando è stata assassinata poco prima Ilaria Sula, anch'ella eterna ventiduenne, dall'ex fidanzato Mark Samson, anche lui spinto dalla non accettazione della fine di una storia.
Abbiamo perso miseramente il giorno in cui gli occhi di Giulia Cecchettin hanno visto l'ultima volta il sole per via delle coltellate di Filippo Turetta, un bravo ragazzo travolto dall'impeto dell'ira ma avente allo stesso tempo la lucidità di scrivere una bella lista con tutto l'occorrente per un omicidio ad hoc.
Si potrebbe continuare all'infinito con nomi, storie e tombe, ma fa troppo male scrivere di vite strappate in nome dell'amore.
Ora bisogna sfoderare le armi e gettarle in un gran falò in ricordo di tutte colore che si sono sacrificate per tutte le figlie della tempesta:
"Pe' tutt"e ferite ca′ c'ate lassat′, pe' tutt' ′e bucie
Ca′ c'ate cuntate, pe′ 'sti curtellate ca′ ce'amm′ pigliat'
Pe' tutte ′e prumesse mancat′ e suonn' ca′ v'ate arrubbate
Pe′ 'e sore ca′ c'ate luat', ca′ nun so′ turnat'
Nun l′ammo scurdat', nun l′ammo scurdat'"
A cura di: Gaia Russo
In onore di tutte le donne che si sono sacrificate,
grazie e scusa.